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Per misurare colla maggior precisione che sia possibile qualunque linea, superficie o corpo, si suole concepire una lunghezza divisa talvolta in mille, diecimila o centomila parti, e più ancora, a piacimento e comodo di qualsivoglia intelletto, lo che è dividere mentalmente a suo talento e a sua maggiore utilità o giovamento.
Come il Punto ne l’universo è cognito come principio di qualunque magnitudine e Unità indefettibile di qualunque numero, così il Grano è, tra tutte le misure, la minima; quattro grani d’orzo, accomodati a modo e disposti che si tocchino per la sua larghezza,formano una Misura che Dito minore appellasi: questo Digito, a cui nell’ebraico idioma si da il nome d’Erban, viene da molti diviso in dieciotto partimenti che Scrupoli, al parlare odierno del volgo, s’appellano.
Il Grano degli arabi era di sei crini di coda di Cavallo; quello de Siamesi si è un grano di riso intiero, cioè con la scorza che ancora li faccia usbergo, otto de’ quali formano il loro dito che dicesi Niou.
Il Pollice, o più comunemente Oncia, si è una Misura che generalmente tutti indicano di un Digito minore ed un terzo: e perciò questo Pollice, ovvero Digitus crassus, dito maggiore pel volgo, sta col minore come quattro a tre.
La Spanna prendesi dall’estremità del dito grosso fino alla punta del dito che a esser si minuto dicesi mignolo, essendo amendue largamente stesi in fuori; e tale è la maniera e l’uso di cotesta estensione che si suppone ch’ella consti di dodici dita minori, ovvero, all’esattezza, di Pollici nove.
Servissi anche Dante del termine di spanna allora che, nel suo Paradiso mirabilmente scrisse «Or tu chi se’, che vuoi sedere a scranna per giudicar da lungi mille miglia con la veduta corta d’una spanna?»
Il palmo, misura presa dalla larghezza della mano, componevasi anticamente di quattro dita minori; quello de’ Siamesi, detto Heub, di dodeci Dita, e quello de’ Romani era di due sorti: il primo detto Picciolo era lo stesso delli quattro Dita Minori; il secondo detto Grande era di nove pollici poiché eguagliava la già mentovata Spanna.
Il Topach degli Ebrei, la Palesta o il Doron de’ Greci corrispondevano al palmo picciolo.
Il Zereth degli Ebrei e lo Spithama de’ Greci erano lo stesso del Palmo grande.
Per misurare l’altezza de’ Cavalli si suole in molte Piazze, e da tempo antico, adoperare la mano a foggia di pugno; quindi è opinione della più scelta gente di battaglie esperta che un Cavallo di guerra debba essere alto sedici mani in circa.
Il Piede, principe di tutte le misure, Archetipo dell’Antichità, formasi generalmente da quattro palmi minori, ovvero da sedici Dita minori, conseguentemente da dodici Pollici e come Piede d’Uomo estimasi essere la sesta parte del corpo.
Egli fu sempre, ed è ancora nei tempi nostri più fecondi, di differente lunghezza appresso tutte le Nazioni. E di quelle antiquissime, massimamente durevoli e sagge, che tennero un tempo lunga primazia su l’altre, ad onta di barbarie di tanti e duri secoli e d’interi sovvertimenti di Regni e di Provincie, ci tramandarono la lunghezza di una tale loro Misura, e perciò sappiamo come a noi famigliare qual’estensione avesse il Piede usato dagli Ebrei, dai Greci e dai Romani e di alcuni altri illustri Popoli che furono, mercé l’averla essi incisa per l’eterno su qualche pietra o metallo, rimastici ancora noti tra i tanti loro insigni e preclari monumenti.
Non ebbero già la medesima sorte tante altre Misure d’innumerevoli Signorie, che sepolte e sperse si rimasero sotto le rovine delle medesime.
Avventurose ben furono quelle de’ già mentovati celebri Imperij, e si può dire che passarono a noi con il fausto destino delle medesime loro eruditissime Lingue.
Ma, per quanto vantaggiosa sia la notizia di esse, non è già punto paragonabile con quelle delle moderne.
Essendo queste di gran lunga molto più adoperata, egli è assolutamente necessario per molte Arti e Scienze di conoscerne le loro precise lunghezze, ed essendo altresì tali Misure in grandissimo numero sono state con lungo, e industre studio e ricerche, determinate da valentissimi e noti autori, molte dei quali le hanno minutamente sparpagliate in varie loro pretiosissime e ben cognite opere.
Di cotesta mirabile e fascinante materia, spesso involta in caliginose aere e intralciate vie, fecemi luce l’inestinguibil face della fedele Storia e dell’erudita Critica e mi lusingo d’aver fatto opra gloriosa buona al presente e ai posteri gradita.